Un bel giorno Boccadoro si svegliò e non senti più nulla. Si chiese perchè la sera prima soffrisse ma subito evitò di ripetersi la domanda per paura di risveglare in sé il dolore. Non c'erano spiegazioni palesi ma tant'è, non sentiva più nulla. Timidamente accennò qualche pensiero che con delicatezza sfiorasse quello che era il fuoco che ardeva in fondo al suo stomaco. Quasi si sentì vuoto, l'assenza di quelle contrazioni dell'anima erano diventate parte di lui, simboli di autopercezione. Sembrava un incantesimo, una manciata di polvere magica che arbitrariamente decideva del suo spirito, ma non era così. In fondo capiva che era il suo cuore che desisteva; "come puoi soffrire del male dell'altro, come puoi sostenere in eterno il peso di una lama che non ti appartiene? Hai passato ore estenuanti nel contorcerti, accecato dalla bulimica esigenza di affligerti hai oscurato il lume della tua ragione. Non riuscivi a sopportare il peccato altrui. Fingi di odiare ma l'odio è la febbre, non la malattia. Odi l'altro perchè l'ha fatto e poi odi te stesso perchè l'hai subito, così è più semplice, hai bisogno di risposte e le cerchi dentro di te. E soffri, e ti colpisci, e provi ad espiare". Finchè si accorse che esisteva un movimento silenzioso dentro di sé che discretamente lo cullava, un'umile coscienza che s'adoperava. Finì con l'avvertire che non conteneva solo veleno e assistette meravigliato all'emergere della tiepida indulgenza. Era una concessione che significava spogliarsi delle sue antiche certezze, della sicurezza che fino a quel punto il tormento gli aveva garantito. Capì che non erano amnesie emotive, vuoti dell'essere: riconobbe sè stesso e, dettando un nuovo codice del sentire, Boccadoro scielse di accodarsi al suo io che lo reclamava.
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