giovedì 17 settembre 2009

Addio sincero

Erano ormai venti minuti che non staccava gli occhi da quel punto fissato nel vuoto. La lancetta dei minuti, quando la si guarda, è sempre immobile; poi giri lo sguardo, l'abbandoni, e quella, senza ragione, quando la fissi di nuovo si è mossa. Nulla era cambiato: i piedi erano allungati allo stesso modo sulla sedia di fronte a lui, il tavolo continuava a sostenere l'accozzaglia di bicchieri e posaceneri ed il soffitto fermava lo spazio sempre alla stessa distanza dal pavimento. Tutta l'oggettistica inanimata aveva mantenuto nella forma e nella sostanza la sua posizione.
L'unico corpo animato che abitava quella stanza, l'unica presenza capace di alterazione non aveva segnalato in alcun modo il suo carattere di essere vivente.
Nonostante lo spazio esterno fosse più fermo e silenzioso di un imputato davanti al giudice che gli sta leggenda la sentenza di condanna a morte, nell'animo di Boccadoro esplodeva un frastuono assordante. Era uno di quei momenti in cui i pensieri si trasformavano in locomotive lanciate in una corsa disperata con il chiaro intento di scontrarsi il più forte possibile, così che le strida delle loro corazze di ferro fossero l'unico suono udibile. Le palpebre di Boccadoro si contraevano spasmodiche, non sembravano esserci altro che invisibili scosse che violentemente trafiggevano da un capo all'altro gli estremi della sua coscienza.
Ad un tratto, con decisione, Boccadoro strinse il telefono cellulare che teneva in pugno. Suonava già da un po'. Guardò in alto con aria sprezzante quella maledetta lancetta che sembrava avere null'altro di meglio da fare che ricordargli l'impotenza dell'essere umano nel fermare il tempo; decise di rispondere.
- E' tardi.
La sua voce risuonò come uno schiocco rimbalzando netta sulla parete opposta.
- Se tu avessi risposto prima non lo sarebbe stato.
- Prima quando?
- Una settimana fa sarebbe bastato.
Considerando l'estrema insofferenza di Boccadoro riguardo ai commenti sarcastici, soprattutto nel caso questi riguardassero la sua fama di eterno indeciso, questa volta dimostrò un insolito autocontrollo.
- Solo una settimana? Vorrà dire che allora puoi aspettare ancora un po'.
- Aspetta! ...non è così, devi ascoltarmi.
- Non credere di avere il diritto di soffocare ancora la mia volontà, questa volta la tua voce dolcissima andrebbe sprecata, risparmiatela.
Non era il solito moto d'orgoglio, tanto estemporaneo quanto effimero, che tante volte in precedenza aveva fatto capolino sulla punta della lingua di Boccadoro, soprattutto all'apparire sul display di quel nomignolo affettuoso.
- No bellina, ora ascoltami tu. Vorrei tanto dirti che non ho avuto tempo, che mi sono dimenticato, che il telefono era scarico. Ma non è così, e non servirebbe a nulla sorvolare sulle mie mancate risposte. La verità è che tu non fai telefonate, tu scagli dardi infuocati e sappi che gli squarci che apri nella mia carne sono ogni giorno più lenti a guarirsi se continui così.
Anche se un leggero tremolio aveva percorso quelle parole, nulla di più gelidamente sincero era mai riuscito a varcare le porte delle sue labbra. L'effetto che produssero all'altro capo della comunicazione ne confermò tutta la forza.
- Addio.

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