giovedì 28 gennaio 2010

Il momento

Nel metrò sono tutti di passaggio. Nessuno assegna a questo momento un significato. Sono attimi di vita sospesa. E’ un tempo da riempire, perché il resto del tempo ha già un nome: doveri, piaceri. Così, paradossalmente, gli spostamenti sul metrò danno respiro a tutti quei pensieri per i quali non è mai “il momento”. Sui visi delle persone sono dipinte espressioni assorte, quegli sguardi nel vuoto che dimostrano momentanei assentamenti dalla realtà. C’è chi rielabora uno scambio di opinioni avuto qualche ore prima, chi traccia il bilancio della giornata, chi si interroga sulla propria vita e vi ricerca con affanno un filo conduttore.

I sobbalzi del vagone danno ritmo all’incessante cogitare mentre lo stridio sul ferro dei binari tace le voci di sottofondo. Così, con i sensi allentati, è più facile isolarsi e provare a vivere in solitudine. Adesso il nodo della cravatta è meno stretto, nessuno osserva che tutto sia in ordine.

Il ragazzo con le cuffie nelle orecchie muove lo sguardo infinite volte prima di trovare tra le dita la giusta sequenza digitale; lui non pensa a nulla, esegue gli ordini convulsi del suo udito pretenzioso. Piano piano le note entrano in sintonia con il suo brano emotivo. La voce dell’inconscio incomincia ad accennare un motivetto vagamente malinconico. Adesso la fibbia della cintura preme meno forte sulla bocca dello stomaco, nessuno sibila parole indigeste.

Il bambino col cappuccio osserva la scena con la bocca spalancata; anche i suoi occhi sono bene aperti, grandi come se dovessero guardare più cose degli altri. Con le mani piccole e insicure si aggrappa forte alla sbarra di sostegno, li giù, in basso, dove il ferro è meno opaco, dove nessuno lo afferra. Per un attimo la voce all’interfono rompe l’equilibrio, lui aggrotta le sopracciglia, non gli piace, non lo riguarda. Poi d’un tratto sembra ricordarsi di qualcosa e con scrupolo si tasta tutto il grembiulino. Adesso non ci sono né macchie né buchi perché nessuno lo vede e nessuno lo sente.

domenica 17 gennaio 2010

Sempre tanta passione ma mai ora

Di domenica, con le note nelle orecchie e i pensieri nella testa. Ai giardini è un saliscendi di prati umidi illuminati da una luce tersa che scova l'anima nascosta sotto i rami spogli.

Dalle spalle della collina si scorgono come ombre cinesi tanti profili netti che si stampano neri sull'orizzonte; seguono col capo sollevato fasci di rondini in controluce. Così muti, da lontano sembrano voler dire qualcosa, solo con le mani.

Poi fila di passeggini sul selciato e ditina curiose che indicano l'ovvio degli adulti. In silenzio ognuno si domanda chi egli sia stato e perché. Ma il sentiero inizia a salire impervio e ognuno si chiede chi sarà e quando.

La tirannia dei rimorsi e dei sogni, dell'immutabile e dell'insondabile.
Nessuno che badi a cosa indica un bambino.

sabato 17 ottobre 2009

Al di là del senso

Contorti sentimenti via etere raggirano la semplicità

di sussulti comunicati e non descritti.

Voraci traditori dell'umana sensibilità

che dio li fulmini e nel fango li abbandoni sconfitti.


Lo sguardo smarrito nel volto riflesso

eterno testimone dei propri tratti doloranti,

semina chiodi tra giovani pareti imploranti,

alla ricerca di un vacuo compromesso.


Le labbra gelide, da quei baci dissipati,

ritrovino il verbo che seppero la carne incendiare.

Un giorno dello spirito conobbi gli afflati

e da allora il suo fervido respiro bramo ritrovare.


Con antiche macchie sulle vesti, vivide e opprimenti,

i passi sono incerti sul sentiero buio della coscienza.

Ma il tempo senza successo l'appassionata pelle aggrinza

così che tesa e sfavillante traspira fluidi ardenti.


domenica 27 settembre 2009

Monumenti in memoria d'identità perdute

Era una di quelle sale d'attesa dove non tutti attendono. Le stazioni sono così, alcuni ci transitano altri ci vivono. L'uomo anziano seduto nella poltrona di angolo aveva ricreato intorno a sé un piccolo spazio domestico. Ai suoi piedi giaceva una borsa termica scolorita che fungeva da dispensa. Ogni tanto, senza abbassare lo sguardo, con gesto sicuro la mano calava e prelevava uno stuzzichino e dalla lentezza con cui lo consumava si capiva che più che saziarla la fame la ingannava. Al suo fianco la zona notte era composta da una quantità di coperte usurate e cuscini ingialliti i quali, nonostante l'aria squallida e sporca, erano sistemati ordinatamente, d'una maniera tanto razionale che nemmeno un maresciallo dell'esercito in ispezione tra le camerate delle reclute avrebbe avuto nulla da ridire. Di lato allo schienale della poltrona erano appese delle grucce sbilenche dalle quali penzolavano, in modo altrettanto sbilenco, dei nastri celesti. Questi a mo' di séparé dividevano il monolocale dalla parte restante dei sedili della fila. Il padrone di casa era un signore corpulento dall'aria vagamente sommessa. Il via vai di viaggiatori, bagagli e animali al seguito sembrava non lo sfiorasse minimamente. Quando i suoi occhi si posavano su qualche oggetto in movimento la sua espressione d'illuminata trascendenza veniva colta da un leggero stupore, quasi si meravigliasse della testimonianza di alternative esistenziali. Ciononostante, la sua presenza, le sue cose, le sue movenze non trasmettevano alcun sentore di alienazione. In lui traspariva chiaramente una certa consapevolezza di rappresentare il più legittimo e coerente fruitore di quello spazio. Si trattava di una concezione meno scissa di pubblico e privato: il fatto che la sala d'attesa sia pubblica non impedisce che possa essere vissuta in modo privato, oltretutto sarebbe impossibile fare altrimenti. Nel momento in cui una persona si siede su una poltrona questa diviene, anche se solo per il tempo in cui la occupa, proprietà privata, nessuno ha il diritto di rivendicarne il possesso. Quel signore aveva deciso liberamente di rendere pubblica la sua presenza materiale e per farlo aveva appunto scelto un luogo pubblico. Evidentemente il suo privato risiedeva nel silenzio dei suoi pensieri. Era come se imponesse agli altri una diversa etica delle relazioni interpersonali e del giudizio; la semplice constatazione della sua esistenza corporea non consentiva a nessuno di poter affermare di conoscerlo. Dal momento che tutti lo potevano vedere, nessuno poteva trarre da questa circostanza un elemento che personalizzasse il tipo di relazione intrattenuta. In una società in cui il corpo viene privatizzato tra quattro mura domestiche e dietro ad una porta blindata, il vicino di casa può, a buon diritto, affermare di conoscere il suo dirinpettaio anche se oltre ad un anonimo saluto non esistono altri tipi di contatti. Il signore della sala d'attesa, non privatizzando il suo corpo, scardinava le discriminanti delle relazioni umane. Nulla poteva essere detto riguardo alla sua individualità basandosi semplicemente sull'apparenza, sulla sua condizione esteriore. Nessun filtro che mediasse l'impatto emotivo che l'approccio tra sconosciuti comporta. L'affronto più spudorato alle sane regole dell'egocentrismo. La solitudine dello stereotipo. Paradossalmente lo stesso risultato ottenuto dalla valletta della tv; strano come delle volte tra le gerarchie sociali s'incrocino destini apparentemente opposti. Anche la velina impone pubblicamente il suo corpo, facendo di tutto per renderlo il più prossimo possibile al canone estetico corrente, quindi faticando oltretutto. Ma la conclusione non cambia. Anche quest'ultime sono monumenti in memoria d'identità perdute. E' la trappola dell'emozione. Lo stesso sentimento di trasgressione accomuna colui che di sbieco fissa il clochard e colui che s'ingrifa davanti ai seni lucidi della velina di turno. Quando si gioca solo sulle paure e sui desideri delle persone le si procurano solo impulsi impersonali. "E la persona dov'è?"
No, Boccadoro non se la sentiva più di porsi questa domanda. "Ognuno è responsabile di sé stesso" pensò e di colpo si destò.
Un bimbo gli si avvicinò. Un bambino come ce ne sono tanti. Sotto lo sguardo vigile della madre. Una madre come ce ne sono tante. Il piccolo voleva sapere perché mai Boccadoro avesse così tante valigie. "Non disturbare il signore!" latrò la madre. Ma era troppo tardi, i due già si sorridevano.

martedì 22 settembre 2009

Lo sguardo è indiscreto

Tutti e quattro sapevano perfettamente che ciò che univa i loro destini quella sera era pura e semplice routine. Questa consapevolezza non sembrava disturbare più di tanto le quattro paia d'occhi in fila dietro al bancone del bar. Durante la conversazione queste tracciavano tutto intorno lunghe traiettorie e quando s'incrociavano era come un elastico teso che d'un tratto viene lasciato, sfugge.
Boccadoro si sentiva terribilmente a disagio

sabato 19 settembre 2009

Pellegrinaggio

Camminando Boccadoro trovava sempre il modo di aggiungere un punto di vista alla visione delle cose. Era come se lo scorrere dello spazio azionasse delle leve altrimenti inoperanti. Non sapeva mai rispondere alla domanda sul perchè la razionalità poteva emergere da radici irrazionali. Infatti preferiva di gran lunga assistere a questo passaggio piuttosto di dover subire la risacca che, spesso, trascinava i suoi ragionamenti fra i disorientanti lidi dell'ineffabile. Perchè delle semplici constatazioni di fatto potevano dare luogo a non meglio precisate supposizioni metafisiche? La classica immagine del perdersi in un bicchier d'acqua assumeva tuttavia per lui, più che un punto di arrivo, una condizione di partenza. Come se lo smarrimento del senso logico rappresentasse una necessaria purificazione; lavare le vesti psicologiche intrise di vacuo buon senso nelle vasche dell'assoluto, dell'incondizionata suggestione emotiva.
Il punto di vista che Boccadoro aggiungeva non era nient'altro che la rievocazione della sensazione originaria che aveva dato luogo all'impalcatura razionale. Egli concepiva tutto ciò come una semplice riunione di spirito e materia. Nella semplice constatazione del reale non riconosceva più il sintomo primordiale che lo distinguesse, come persona, da un processo logico omologato. Così doveva riunirsi con la natura muta per vedere affiorare dal silenzio della ragione l'unico e irreplicabile codice spirituale che lo liberasse dall'anomia della materialità. Non che in questo modo sentisse di afferrare tra le dita l'essenza delle cose, anzi, a volte il celebre lumicino si faceva ancora più fioco. Ma tant'è, meglio smarriti nella aria pura che incastrati tra lucidi ingranaggi ottimizzati

giovedì 17 settembre 2009

Amore onirico

Dopo alcuni istanti Boccadoro riprendeva la cornetta in mano. Con pochi movimenti il mondo cambia. Con la calma che denota il folle dopo una crisi, Boccadoro compose il numero e senza nemmeno accorgersene le sue dita non erano dita ed i suoi occhi non erano aperti. Fingendo con sé stesso di sapere quello che stava facendo si alzò dal letto, riprese a respirare.
La luce fioca del mattino a malapena filtrava dalle veneziane; tutto ansimava sotto il peso di quell'aria crespuscolare, l'ansia del nuovo giorno si materializzava nel silenzio rotto da suoi passi incerti verso la porta. Ad un tratto lo strattone del filo ormai teso per la distanza quasi non gli strappò il telefono dalle mani. Allora si riprese di colpo e con rabbia parlò:
- Ora lo sai... ora lo sai!
- Ora so solo che non posso fidarmi.
- Se fidarsi significa che io esisto solo nell'album dei tuoi amici, allora no, non fidarti.
- Non me la sento.
- Non capisco.
- Non so se...
- No, io così non riesco. Io voglio parlare di me di te... ma sento solo che tu stai ascoltando la confessione di un peccato.
- Le cose non nascono così, non possono farlo, non senti il nervosismo?
- Hai ragione. Dovrei fartelo capire attraverso una metafora, dovrei ingannare le tue orecchie per saltare la tua mente e cadere diretto al cuore.
- Tu e io ci conosciamo da troppo tempo, io voglio che torni come prima.
- Forse è proprio per colpa del prima che è venuto il dopo... e l'adesso.
- Tu sai che non posso risponderti.
- Tu sai che non avrò mai risposte, ed in questo modo nemmeno tu.
- Io non voglio domande, le risposte fanno male, chiudono l'immaginazione ed i sogni.
- Tu vorresti che le cose accadessero e basta, che non venisse pronunciata nemmeno una parola che le descrivesse, perché altrimenti tutto verrebbe inchiodato alla realtà. E' questa il nemico che vuoi evitare? Pensi che parlare delle emozioni sia come legargli un sasso e gettarle in mare?
- Ecco, si.
- Allora vorrà dire che rinascerò aria e farò in modo che tu mi respiri per attraversare i tuoi occhi senza essere visto, per poterti sfiorare senza essere percepito, per parlarti così che tu possa sognarmi.