domenica 27 settembre 2009

Monumenti in memoria d'identità perdute

Era una di quelle sale d'attesa dove non tutti attendono. Le stazioni sono così, alcuni ci transitano altri ci vivono. L'uomo anziano seduto nella poltrona di angolo aveva ricreato intorno a sé un piccolo spazio domestico. Ai suoi piedi giaceva una borsa termica scolorita che fungeva da dispensa. Ogni tanto, senza abbassare lo sguardo, con gesto sicuro la mano calava e prelevava uno stuzzichino e dalla lentezza con cui lo consumava si capiva che più che saziarla la fame la ingannava. Al suo fianco la zona notte era composta da una quantità di coperte usurate e cuscini ingialliti i quali, nonostante l'aria squallida e sporca, erano sistemati ordinatamente, d'una maniera tanto razionale che nemmeno un maresciallo dell'esercito in ispezione tra le camerate delle reclute avrebbe avuto nulla da ridire. Di lato allo schienale della poltrona erano appese delle grucce sbilenche dalle quali penzolavano, in modo altrettanto sbilenco, dei nastri celesti. Questi a mo' di séparé dividevano il monolocale dalla parte restante dei sedili della fila. Il padrone di casa era un signore corpulento dall'aria vagamente sommessa. Il via vai di viaggiatori, bagagli e animali al seguito sembrava non lo sfiorasse minimamente. Quando i suoi occhi si posavano su qualche oggetto in movimento la sua espressione d'illuminata trascendenza veniva colta da un leggero stupore, quasi si meravigliasse della testimonianza di alternative esistenziali. Ciononostante, la sua presenza, le sue cose, le sue movenze non trasmettevano alcun sentore di alienazione. In lui traspariva chiaramente una certa consapevolezza di rappresentare il più legittimo e coerente fruitore di quello spazio. Si trattava di una concezione meno scissa di pubblico e privato: il fatto che la sala d'attesa sia pubblica non impedisce che possa essere vissuta in modo privato, oltretutto sarebbe impossibile fare altrimenti. Nel momento in cui una persona si siede su una poltrona questa diviene, anche se solo per il tempo in cui la occupa, proprietà privata, nessuno ha il diritto di rivendicarne il possesso. Quel signore aveva deciso liberamente di rendere pubblica la sua presenza materiale e per farlo aveva appunto scelto un luogo pubblico. Evidentemente il suo privato risiedeva nel silenzio dei suoi pensieri. Era come se imponesse agli altri una diversa etica delle relazioni interpersonali e del giudizio; la semplice constatazione della sua esistenza corporea non consentiva a nessuno di poter affermare di conoscerlo. Dal momento che tutti lo potevano vedere, nessuno poteva trarre da questa circostanza un elemento che personalizzasse il tipo di relazione intrattenuta. In una società in cui il corpo viene privatizzato tra quattro mura domestiche e dietro ad una porta blindata, il vicino di casa può, a buon diritto, affermare di conoscere il suo dirinpettaio anche se oltre ad un anonimo saluto non esistono altri tipi di contatti. Il signore della sala d'attesa, non privatizzando il suo corpo, scardinava le discriminanti delle relazioni umane. Nulla poteva essere detto riguardo alla sua individualità basandosi semplicemente sull'apparenza, sulla sua condizione esteriore. Nessun filtro che mediasse l'impatto emotivo che l'approccio tra sconosciuti comporta. L'affronto più spudorato alle sane regole dell'egocentrismo. La solitudine dello stereotipo. Paradossalmente lo stesso risultato ottenuto dalla valletta della tv; strano come delle volte tra le gerarchie sociali s'incrocino destini apparentemente opposti. Anche la velina impone pubblicamente il suo corpo, facendo di tutto per renderlo il più prossimo possibile al canone estetico corrente, quindi faticando oltretutto. Ma la conclusione non cambia. Anche quest'ultime sono monumenti in memoria d'identità perdute. E' la trappola dell'emozione. Lo stesso sentimento di trasgressione accomuna colui che di sbieco fissa il clochard e colui che s'ingrifa davanti ai seni lucidi della velina di turno. Quando si gioca solo sulle paure e sui desideri delle persone le si procurano solo impulsi impersonali. "E la persona dov'è?"
No, Boccadoro non se la sentiva più di porsi questa domanda. "Ognuno è responsabile di sé stesso" pensò e di colpo si destò.
Un bimbo gli si avvicinò. Un bambino come ce ne sono tanti. Sotto lo sguardo vigile della madre. Una madre come ce ne sono tante. Il piccolo voleva sapere perché mai Boccadoro avesse così tante valigie. "Non disturbare il signore!" latrò la madre. Ma era troppo tardi, i due già si sorridevano.

2 commenti:

  1. Boccadoro con la sua delicatezza esplorava il mondo e riusciva a decifrarne le sfumature e le inclinazioni. Il suo corpo trasparente rivela l'essenza di un vincolo tra pelle e anima. Aspetterò di seguire altri suoi pellegrinaggi..

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  2. La risposta a quel bambino potrebbe essere che Boccadoro a furia di arraffare indumenti altrui ne avesse avuti di che riempirne molte di valigie.
    Notevole caro, soprattutto m'ha appassionato quella divagazione ultra-cerebrale sul clochard e sulla velina, piacevole notare che le discussioni fumose seduto sul divano continuano a darti spunti molto interessanti per analizzare questo "Mad World".

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